IL TERMINE TARTUFO

Molti testi e siti riportano la derivazione del nome dal latino, non vi sarebbero però sempre provenienze concordi, per evitare una dispersione eccessiva useremo le stesse fonti già utilizzate per il termine truffa.

Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana Francesco Bonomi:

tartufo[lo] dialetto napoletano taratuttolo, siciliano tirituffulu, milanese tartuffol, veneziano tartufola, piemontese tartifla; ƒrancese dialettale | Berry | tartoufle, inglese truffle, tedesco Trüffel. Secondo il Menagio è la fusione delle voi latine TERRAE-TUBER tubero della terra [ond’anche lo spagnolo turmas | = tumras ! d tierra]. Il provenzale trufa e francese truffe presenterebbe la seconda voce [TUBER] con l’intrusione di una R. Il tedesco Kartoffel patata, nonché il dialettale tartoffel, l’islandese tartuflur provengono con qualche alterazione dalle lingue romanze e confrontano cui nostri dialetti (v. Tubero r confronta Trufola). Fungo sotterraneo, carnoso, compatto, di grato odore, ricercato dai ghiotti. Derivazione Tartufario = luogo dove nascono i tartufi

Il Dizionario Treccani:

tartufo (tosc. tartùfolo) s. m. [prob. lat. terrae *tufer (corrispondente italico del lat. tuber); propr. «tubero di terra»]. – 1. a. Nome comune di varie specie di funghi del genere Tuber e dei loro corpi fruttiferi che hanno l’aspetto di un tubero globoso e irregolare, di varia dimensione, consistenza carnosa e gradito sapore, con odore acuto caratteristico, pregiatissimo come cibo o condimento aromatico. Sono particolarmente noti il t. bianco o t. d’Alba (lat. scient. Tuber magnatum), che cresce in vicinanza di varie latifoglie come querce, pioppi e salici, produce corpi fruttiferi grossi anche una decina di cm, a superficie irregolare di colore ocra o più pallido, carne con venature bianche molto ramificate e di colore variabile da bianco, giallo a grigio con tonalità anche rossastre, odore molto forte e persistente; il t. nero (lat. scient. T. melanosporum), noto con nomi diversi a seconda della provenienza (t. di Norcia, t. di Spoleto, nell’Italia centr., truffe du Périgord, nella Franciamerid.), che cresce in boschi di latifoglie su suoli calcarei, ha corpi fruttiferi di alcuni cm di diametro, superficie nerastra con verruche irregolari, carne percorsa da vene bianche che diventano brunicce con l’età, odore aromatico particolare. Dai precedenti, detti anche t. veri(la cui coltivazione, raccolta e lavorazione è regolata da apposita normativa di legge), si distinguono inoltre i t. falsi, come sono in genere chiamati tutti i funghi ipogei tuberiformi, non mangerecci o di scarso valore commestibile, di consistenza più tenace e dimensioni minori. Cane da tartufo, cane addestrato e utilizzato per individuare, con l’olfatto, i punti del terreno in cui si trovano, interrati, i tartufi. b. estens. La parte terminale, simile per forma e colore a un piccolo tartufo nero, del naso di alcune razze di cani: cocker con un t. ben pigmentato. c. T. di canna, sinon. di topinambur. 2. Mollusco bivalve marino della famiglia veneridi (Venus verrucosa), dotato di conchiglia quasi rotonda, con molte lamine concentriche qua e là tubercolate, di colore grigiastro; si pesca comunem. nel Mediterraneo e si mangia come frutto di mare, preferibilmente cotto. 3. Gelato a base di cioccolato, simile per forma e colore al tartufo nero. ◆ Dim. tartuféttotartufino, piccolo tartufo, come fungo sotterraneo.

IL TARTUFO NELLA STORIA

Il tartufo era conosciuto fin dall’antichità, i sumeri lo utilizzavano 3500 anni prima di Cristo miscelandolo ad altri vegetali come l’orzo, i ceci, le lenticchie e la senape.

Le testimonianze babilonesi ed egizie risalgono ai tempi del Faraone Cheope che nel 2600 a.c. pare ne pretendesse grandi quantità per i suoi banchetti, cucinato con grasso d’oca

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) lo descrisse nella sua Naturalis Historia narrando, inoltre, come il pretore Licinio fu chiamato a decidere del caso di un ricco cittadino che chiedeva giustizia per essere stato irriso da un donatore di tartufi che a suo parere lo aveva beffato nascondendo una moneta all’interno di uno di essi che gli aveva rotto un dente. LA sentenza fu di condanna del ricco cittadino a pagare il dente nella stessa misura del tartufo, giacche’ per lui il valore era il medesimo.

Il popolo greco lo chiamava Hydnon, da cui il termine “idnologia” per indicare la scienza che si occupa dei tartufi.

Il filosofo Plutarco di Cheronea (I secolo d.C.) lo descrive come il frutto della combinazione di alcuni elementi naturali tra i quali l’acqua, il calore e persino i fulmini, provocando nel poeta Giovenale l’idea che l’origine del tartufo si debba proprio ad un fulmine scagliato dal padre degli dei, Giove, in prossimità di una quercia e poichè Giove era famoso anche per la sua prodigiosa attività sessuale, il tartufo fu considerato altamente afrodisiaco convincendo anche Galeno che nel II secolo a.c. lo somministrava ai propri pazienti colpiti da impotenza, mentre Cicerone fu forse il primo a ritenere che fosse generato dalla terra, mentre Giovenale ne era ghiotto e ne tesseva le lodi senza interesse per la sua l’origine.

Nonostante il tartufo fu trattato nei secoli da diversi studiosi, filosofi e poeti, l’origine del tartufo non fu mai stabilita con precisione, così che nel medioevo la scarsissima conoscenza delle sue origini unita alle credenze popolari, portò a credere che si trattasse dello sterco del diavolo o di un’escrescenza maligna e degenerativa del terreno del quale si cibavano le streghe.

La credenza che impedisse di orinare azzerò comunque il suo uso per molto tempo, oggi sappiamo che al contrario tra i suoi composti è presente l’arginina che è un importante diuretico.

Fu solo nel Rinascimento che il ritorno alle pratiche greche e romane riportò sulle tavole di nobili e prelati il gustoso tubero e, secondo gli studiosi, persino Francesco Petrarca lo citerebbe in un sonetto dove le parole “dentro dove giammai non si aggiorna / gravida fa di se’ il terrestre umore; / onde tal frutto e simile si colga” avrebbero il significato di sottoterra, dove non si fa mai giorno, dove cioè non entra mai la luce del giorno gravida, ovvero fa crescere e maturare un frutto da cogliere per accompagnare il dono di tartufi all’amico cui fu inviato il sonetto.

La prima interessante descrizione storica del tartufo è firmata dallo storico Alfonso Ciccarelli nel 1564, seguita da varie cronache nei secoli successivi, tra i quali il racconto che Papa Gregorio IV ne facesse largo uso dopo la campagna contro i Saraceni e che Sant’Ambrogio ringraziò il Vescovo di Como per la bontà dei tartufi ricevuti in regalo, ma sarà necessario attendere il 1831 per avere la prima classificazione scientifica del tartufo con la pubblicazione di Carlo Vittadini “Monographia Tuberacearum”.

Proprio in sua memoria molte specie di tartufo portano oggi il suo nome, come il turber melanosporum Vittadini, il tuber aestivum Vittadini, il tuber borchii Vittadini ed il tuber brumale Vittadini.